INTRODUZIONE

FASI DI RIPARAZIONE DELLA FRATTURA

FATTORI CHE INFLUENZANO IL PROCESSO DI RIPARAZIONE

COMPLICANZE

DIAGNOSI

TRATTAMENTO

FRATTURE INTRARTICOLARI

FRATTURE DA STRESS




 




FRATTURE
COMPLICANZE

Le complicanze che possono verificarsi in seguito a una frattura ossea sono correlate a vari fattori:

Associate a un danno tissutale (emorragia interna o esterna, infezione, risposta metabolica al trauma, etc.)

Dovute a prolungato allettamento (polmonite ipostatica, piaghe da decubito, trombosi venosa profonda, atrofia della massa muscolare, decalcificazione ossea, calcolosi e infezioni del tratto urinario, etc.)

Dovute ad anestesia e procedure chirurgiche (atelettasia e polmonite, perdita ematica e conseguente anemia e shock, infezione della ferita, etc.)

Peculiari della frattura (disturbi correlati a velocità e qualità dell’unione, rigidità articolare, necrosi avascolare, miosite ossificante, osteite, complicanze vascolari, neurologiche o dei tendini, complicanze viscerali ed embolismi, complicanze correlate all’impianto)

Unione lenta
La frattura si salda più lentamente rispetto a quanto atteso, nonostante le fasi di riparazione siano normali. Il trattamento prevede un adeguato supporto della frattura.

Unione ritardata
Non si verifica saldatura nel tempo atteso. Esami radiografici possono evidenziare anomale alterazioni dell’osso.
Tipicamente, a livello della frattura, si osserva un certo grado di assorbimento dell’osso e conseguente formazione di uno spazio tra le estremità ossee. Il callo esterno può essere ristretto a un’area localizzata ed essere di scarsa qualità. Non si osserva sclerosi delle estremità ossee.

Se la saldatura non si è verificata entro i tempi normalmente richiesti o se è presente ancora ampia mobilità dopo 2 mesi, i reperti radiografici e i metodi di fissazione devono essere attentamente valutati.
Se le radiografie indicano una unione ritardata, ma non la possibilità di una non unione e la frattura è ben supportata, è opportuno continuare con l’immobilizzazione e ripetere le indagini radiografiche dopo 4-6 settimane. Se dopo questo periodo non si osservano modificazioni o si osserva un deterioramento, esistono i presupposti per un trattamento più attivo (fissazione interna rigida).

Mancata unione
Esistono evidenti alterazioni radiologiche che indicano uno stato permanente della situazione di non unione della frattura.

Esistono due tipi di mancata unione:

Ipertrofica
Le estremità ossee appaiono sclerotiche e si osserva un aumento del diametro dei frammenti ossei a livello della frattura. La linea di frattura è visibile e lo spazio tra le estremità è riempito da cartilagine e tessuto fibroso. Se la frattura può essere fissata ottenendo assoluta rigidità con mezzi meccanici, il tessuto cartilagineo e fibroso tra le estremità ossee sarà in grado di mineralizzarsi ed essere convertito in tessuto osseo. È stato osservato che tale processo di induzione può essere stimolato mediante l’applicazione di piccole correnti elettriche nello spazio tra le estremità ossee; si tratta di un processo che richiede un certo tempo, ma che può essere effettuato a domicilio e che risulta vantaggioso nel caso si voglia evitare il trattamento chirurgico.

Atrofica
Non si osserva attività cellulare a livello della frattura. Le estremità dell’osso sono vicine, arrotondate, osteoporotiche e frequentemente avascolari.
Il trattamento di tale complicanza è difficile e implica diversi tipi di intervento: la frattura deve essere mantenuta rigida (fissazione interna), il tessuto fibroso deve essere rimosso e le estremità ossee devono essere decorticate dal punto di frattura fino all’osso sano.

Malunione
Possono verificarsi due casi di malunione:

La frattura si salda con un’angolazione o una rotazione di grado tale da modificare l’aspetto dell’osso o alterarne la funzionalità.
La frattura si salda con una deformità persistente in una situazione per cui anche il più leggero spostamento o angolazione costituisce un problema (per es. nelle fratture che coinvolgono le articolazioni).
Se il malallineamento viene osservato prima che la saldatura sia completa, l’angolazione può essere corretta mediante forzatura del gesso o con una manipolazione in anestesia; se si individua dopo la saldatura e in caso di deformità grave può rendersi opportuna una osteotomia.

Accorciamento
È una conseguenza di un malallineamento. Un accorciamento di 1,5 cm può essere tollerato e compensato da una rotazione della pelvi. In casi più gravi è necessario un supporto plantare nelle calzature.

Rigidità articolare
Per evitarla è necessario:

° Ridurre accuratamente la frattura
° Immobilizzare con ferula la frattura per il tempo minimo compatibile con il sollievo dal dolore e la riparazione della frattura
° Mobilizzare l’arto prima possibile
° Sollevare la parte colpita, durante le fasi iniziali del trattamento, per ridurre l’edema
° Fisioterapia prima possibile

Necrosi avascolare
In questo caso il tessuto osseo va incontro a morte a causa di un non adeguato apporto ematico. L’osso assume una consistenza molle e una forma distorta con dolore, rigidità e artrosi secondaria.
Nelle estremità inferiori la deformità dell’osso avascolare può essere minimizzata evitando il carico.

Miosite ossificante
Corrisponde alla comparsa di una massa calcificata nei tessuti vicini a un’articolazione, portando a una limitazione dei movimenti.
Una escissione tardiva (dopo 2-12 mesi) della massa può essere utile per rimuovere l’ostacolo al movimento.

Osteite
In una frattura chiusa si verificano raramente infezioni e spesso esse non vengono diagnosticate prontamente. Rappresentano, invece, una complicanza temuta e ben conosciuta nelle fratture aperte e si possono osservare anche dopo la fissazione interna di fratture chiuse.
Una volta instauratesi, le infezioni ossee tendono a essere resistenti al trattamento. È necessaria una terapia tempestiva, l’analisi batteriologica e il profilo di sensibilità antibiotica. Il trattamento antimicrobico adeguato deve essere proseguito per almeno 4 settimane. Misure più radicali comprendono l’escissione dell’osso infetto, aumentare le concentrazione di antibiotico mediante cateteri di irrigazione e, nei casi più gravi, l’amputazione dell’arto.

 

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