Le complicanze
che possono verificarsi in seguito a una frattura ossea sono
correlate a vari fattori:
Associate a un danno tissutale (emorragia interna o esterna,
infezione, risposta metabolica al trauma, etc.)
Dovute a prolungato allettamento (polmonite ipostatica, piaghe
da decubito, trombosi venosa profonda, atrofia della massa muscolare,
decalcificazione ossea, calcolosi e infezioni del tratto urinario,
etc.)
Dovute ad anestesia e procedure chirurgiche (atelettasia e polmonite,
perdita ematica e conseguente anemia e shock, infezione della
ferita, etc.)
Peculiari della frattura (disturbi correlati a velocità
e qualità dell’unione, rigidità articolare,
necrosi avascolare, miosite ossificante, osteite, complicanze
vascolari, neurologiche o dei tendini, complicanze viscerali
ed embolismi, complicanze correlate all’impianto)
Unione
lenta
La frattura si salda più lentamente rispetto a quanto
atteso, nonostante le fasi di riparazione siano normali. Il
trattamento prevede un adeguato supporto della frattura.
Unione ritardata
Non si verifica saldatura nel tempo atteso. Esami radiografici
possono evidenziare anomale alterazioni dell’osso.
Tipicamente, a livello della frattura, si osserva un certo grado
di assorbimento dell’osso e conseguente formazione di
uno spazio tra le estremità ossee. Il callo esterno può
essere ristretto a un’area localizzata ed essere di scarsa
qualità. Non si osserva sclerosi delle estremità
ossee.
Se la saldatura non si è verificata entro i tempi normalmente
richiesti o se è presente ancora ampia mobilità
dopo 2 mesi, i reperti radiografici e i metodi di fissazione
devono essere attentamente valutati.
Se le radiografie indicano una unione ritardata, ma non la possibilità
di una non unione e la frattura è ben supportata, è
opportuno continuare con l’immobilizzazione e ripetere
le indagini radiografiche dopo 4-6 settimane. Se dopo questo
periodo non si osservano modificazioni o si osserva un deterioramento,
esistono i presupposti per un trattamento più attivo
(fissazione interna rigida).
Mancata
unione
Esistono evidenti alterazioni radiologiche che indicano uno
stato permanente della situazione di non unione della frattura.
Esistono due tipi di mancata unione:
Ipertrofica
Le estremità ossee appaiono sclerotiche e si osserva
un aumento del diametro dei frammenti ossei a livello della
frattura. La linea di frattura è visibile e lo spazio
tra le estremità è riempito da cartilagine e tessuto
fibroso. Se la frattura può essere fissata ottenendo
assoluta rigidità con mezzi meccanici, il tessuto cartilagineo
e fibroso tra le estremità ossee sarà in grado
di mineralizzarsi ed essere convertito in tessuto osseo. È
stato osservato che tale processo di induzione può essere
stimolato mediante l’applicazione di piccole correnti
elettriche nello spazio tra le estremità ossee; si tratta
di un processo che richiede un certo tempo, ma che può
essere effettuato a domicilio e che risulta vantaggioso nel
caso si voglia evitare il trattamento chirurgico.
Atrofica
Non si osserva attività cellulare a livello della frattura.
Le estremità dell’osso sono vicine, arrotondate,
osteoporotiche e frequentemente avascolari.
Il trattamento di tale complicanza è difficile e implica
diversi tipi di intervento: la frattura deve essere mantenuta
rigida (fissazione interna), il tessuto fibroso deve essere
rimosso e le estremità ossee devono essere decorticate
dal punto di frattura fino all’osso sano.
Malunione
Possono verificarsi due casi di malunione:
La frattura si salda con un’angolazione o una rotazione
di grado tale da modificare l’aspetto dell’osso
o alterarne la funzionalità.
La frattura si salda con una deformità persistente in
una situazione per cui anche il più leggero spostamento
o angolazione costituisce un problema (per es. nelle fratture
che coinvolgono le articolazioni).
Se il malallineamento viene osservato prima che la saldatura
sia completa, l’angolazione può essere corretta
mediante forzatura del gesso o con una manipolazione in anestesia;
se si individua dopo la saldatura e in caso di deformità
grave può rendersi opportuna una osteotomia.
Accorciamento
È una conseguenza di un malallineamento. Un accorciamento
di 1,5 cm può essere tollerato e compensato da una rotazione
della pelvi. In casi più gravi è necessario un
supporto plantare nelle calzature.
Rigidità articolare
Per evitarla è necessario:
° Ridurre accuratamente la frattura
° Immobilizzare con ferula la frattura per il tempo minimo
compatibile con il sollievo dal dolore e la riparazione della
frattura
° Mobilizzare l’arto prima possibile
° Sollevare la parte colpita, durante le fasi iniziali del
trattamento, per ridurre l’edema
° Fisioterapia prima possibile
Necrosi
avascolare
In questo caso il tessuto osseo va incontro a morte a causa
di un non adeguato apporto ematico. L’osso assume una
consistenza molle e una forma distorta con dolore, rigidità
e artrosi secondaria.
Nelle estremità inferiori la deformità dell’osso
avascolare può essere minimizzata evitando il carico.
Miosite ossificante
Corrisponde alla comparsa di una massa calcificata nei tessuti
vicini a un’articolazione, portando a una limitazione
dei movimenti.
Una escissione tardiva (dopo 2-12 mesi) della massa può
essere utile per rimuovere l’ostacolo al movimento.
Osteite
In una frattura chiusa si verificano raramente infezioni e spesso
esse non vengono diagnosticate prontamente. Rappresentano, invece,
una complicanza temuta e ben conosciuta nelle fratture aperte
e si possono osservare anche dopo la fissazione interna di fratture
chiuse.
Una volta instauratesi, le infezioni ossee tendono a essere
resistenti al trattamento. È necessaria una terapia tempestiva,
l’analisi batteriologica e il profilo di sensibilità
antibiotica. Il trattamento antimicrobico adeguato deve essere
proseguito per almeno 4 settimane. Misure più radicali
comprendono l’escissione dell’osso infetto, aumentare
le concentrazione di antibiotico mediante cateteri di irrigazione
e, nei casi più gravi, l’amputazione dell’arto.